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De André racconta Mauro Icardi

È una storia da dimenticare
È una storia da non raccontare
È una storia un po’ complicata
È una storia sbagliata
Cominciò con la luna sul posto
E finì con un fiume di inchiostro
È una storia un poco scontata
È una storia sbagliata

Mi perdoneranno gli admin di “De André racconta la Serie A” se, per una volta, sono io, siamo noi, a raccontare qualcuno, o qualcosa, attraverso le parole del sublime cantautore genovese. Mi perdoneranno, ci perdoneranno, perché una grossa fetta della storia nerazzurra sta per concludersi, tra chi vorrebbe cancellarla e chi, inguaribile romantico, vorrebbe tatuarsela addosso. Io vorrei raccontarvela, noi vorremmo raccontarvela, come avrete capito, servendoci dei versi di Fabrizio. Dunque, cominciamo: “Questa di Mauro Icardi è la storia vera”.

L’argentino arriva in nerazzurro dalla Sampdoria a poco più di venti anni. Gli basta solo un gol, anzi, il gol per fare breccia nel cuore dei tifosi interisti. Il gol in questione, ovviamente, è quello che segna alla Juventus. Qualcuno, vedendo quel ragazzotto segnare con una naturalezza spaventosa agli acerrimi nemici dell’Inter, siamo certi, ha pensato: “Questo qua mi ricorda Milito, sarà sicuramente il suo erede”. De André, invece, avrebbe detto: “A me ricorda la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa”.

La fascia di capitano è la seconda stazione di questa “Via della Croce” icardiana. La ottiene in sede di rinnovo di contratto, chiaro sintomo di un calcio “morente” che non ha più a che fare con certi valori. “Fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale. Fu un generale di vent’anni, figlio d’un temporale”: è l’inizio dell’idillio tra i tifosi interisti e il numero 9, idillio che, però, durerà molto poco.

In un freddo pomeriggio a Reggio Emilia si consuma la fine del rapporto tra Icardi e la Curva Nord, il tifo organizzato nerazzurro. L’Inter perde 3-1, è un periodo complicato, gli ultras chiamano a raccolta i calciatori nei pressi del settore ospiti del Mapei Stadium. Mauro, in quanto capitano, si offre per fare da tramite tra tifoseria organizzata e compagni di squadra. Qualcosa però va storto: la maglia del numero 9 finisce tra i tifosi: c’è chi dice che sia stata regalata dall’argentino a un bambino lì presente, altri sostengono che Maurito semplicemente l’abbia gettata in pasto agli inviperiti supporter nerazzurri. L’autobiografia pubblicata qualche tempo più tardi, fa il resto. In ogni caso, dev’essere andata più o meno così: “L’urlo travolse il sole, l’aria divenne stretta. Cristalli di parole, l’ultima bestemmia detta. Prima che fosse finita ricordammo a chi vive ancora che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora”.

Dopo la rottura, uno dei momenti più alti di Mauro Icardi in nerazzurro è senza dubbio la tripletta segnata al Milan in un Derby della Madonnina ormai, volenti o nolenti, entrato nella leggenda: “Nera che porta via,che porta via, la via. Nera che non si vedeva da una vita intera, così dolcenera, nera. Nera che picchia forte che butta giù le porte”. Anche i tifosi più ostili, devono inchinarsi al capitano nerazzurro.

Arriviamo quindi al momento in cui l’Inter, e Icardi, riescono a riconquistare la Champions League. La Lazio si batte con le unghie e con i denti, ma i nerazzurri rispondono colpo su colpo. Tocca all’argentino pareggiare i conti con un rigore assolutamente non banale: in quelle occasioni il pallone pesa più di un macigno, la porta si fa piccola piccola e il portiere diventa sempre più grosso. La palla finisce in rete, è il gol del pareggio: Vecino la prende e l’Inter torna in Champions. I tifosi cantano in coro: “La terra è tutta nostra, Marcondiro’ndera! Ne faremo una gran giostra, Marcondiro’ndà”.

La Champions, appunto. A Mauro Icardi viene chiesto di affermarsi in campo internazionale, dopo aver incantato negli stadi di tutta Italia. Lui risponde, come sempre, presente e irrompe nella massima competizione europea con un gol da cineteca. Asamoah crossa dalla sinistra, il numero 9 staziona poco fuori l’area di rigore: la colpisce al volo e sfonda la porta difesa da Vorm. E’ il gol del pareggio, Vecino, ancora una volta, fa il resto: l’inter vince al suo ritorno in Champions. Dopo questo magnifico gol ne arrivano altri tre: due li segna contro il PSV, uno contro il “suo” Barcellona. Non bastano per approdare agli ottavi di finale, ma, finalmente, anche l’Europa si accorge di Mauro Icardi: “Aspettando l’esplosione che provasse il suo talento, c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali, vedendo esplodere un chiosco di giornali”.

La precoce eliminazione dalla Champions League rompe il magnifico incantesimo con cui Luciano Spalletti aveva legato i suoi. Inizia il declino in nerazzurro dell’argentino. Senza un apparente motivo gli viene tolta la fascia di capitano con un tweet, un modus operandi vigliacco, che mal si sposa con i valori dell’Inter di morattiana memoria. De André avrebbe raccontato così il turbinio di emozioni nel cuore e nella testa dell’argentino: “E una lettera vera di notte falsa di giorno e poi scuse, e accuse e scuse, senza ritorno. E ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta col suo ordine discreto dentro il cuore. Ma dove, dov’è il tuo amore? Ma dove è finito il tuo amore?”.

Tra infortuni, veri o presunti, un paio di gol e tanto, troppo inchiostro finisce l’avventura di Icardi in nerazzurro. Nessuno conosce ancora la verità dei fatti, dobbiamo attenerci a quella spacciata per tale raccontata dai più. Oggi l’argentino è un calciatore del PSG, l’addio si è consumato: “L’amore che strappa i capelli è perduto ormai”. Sì, perché di questo amore si parla quando si guarda nel suo insieme la storia tra Icardi e l’Inter. È chiaro, però, che i 124 gol realizzati e le lacrime versate sul prato del “Meazza” non verranno dimenticate, nonostante il disegno di qualcuno preveda questo.

“Mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, sì, mi dico, ci diciamo così. Perché tutti i tifosi nerazzurri, quando hanno visto arrivare quel ragazzotto argentino, hanno pensato che sarebbe potuto diventare una leggenda dell’Inter, hanno pensato che sarebbe potuto diventare l’erede di Zanetti. Così non è stato e, probabilmente, così non sarà. “E se tu tornerai, t’amerò come sempre ti amai: come un bel sogno inutile che si scorda al mattino. Ma i tuoi larghi occhi, i tuoi larghi occhi chiari, anche se non verrai, non li scorderò mai”.

Ringrazio Matteo Gardelli e Marco Ciogli per la preziosa collaborazione

Ascolta "Football Talk (The Podcast)" su Spreaker.

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