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Inter, Baggio uomo senza maglia e senza tempo

INTER BAGGIO – In una immaginaria scala degli affetti del calcio, ci sono i giocatori normali, che restano nella memoria della gente per un qualche episodio in un certo momento, sopra di loro “le bandiere”, gente che ha dedicato la propria vita calcistica ad un’unica maglia, diventandone icone viventi. Poi lassù, in cima alla piramide, ci sono quei personaggi che i commentatori del Tour de France definirebbero “hors categorie”, giocatori per i quali le dimensioni spazio temporali si annullano, così come i colori sociali.

“È un genio, un peso. È una zavorra. È il più grande
calciatore atipico del pallone. È sincero in modo spiazzante,
è timido in modo urtante. C’è chi ancora non
si ostina a capire che il suo è un cuore di seta, e non di
ghiaccio. Pigliate le pinze per avvolgerci il cuore di
Roberto Baggio.”

Inter Baggio un uomo senza maglia

Valerio Nicastro fotografa la figura di Roberto Baggio con queste parole nella prefazione di un libro sul fuoriclasse di Caldogno scritto da Raffaele Nappi, nel quale a fronte del Divin Codino che illumina gli stadi del mondo si pone il ragazzo prima, l’uomo poi, delicato e profondo. Un Giano bifronte la cui dimensione pubblica, quella vissuta di fronte alle telecamere e a milioni di persone rischia di essere addirittura meno affascinante di quella privata.
Parlare di Baggio interista o juventino, milanista,rossoblu, viola o bresciano è riduttivo perché Roberto non ha giocato a calcio, lui il calcio lo ha onorato nella sua dimensione più nobile, con maglie diverse, nel momento in cui il pallone perdeva la sua forma antica e romantica per vestire i panni del business freddo e spietato. Dunque un campione trasversale ed ecumenico, l’ultimo ad essere appartenuto veramente a tutti, perché il tempo non ha avuto potere sulla sua immagine, mai sottomessa alla “bestia”, alla fame di soldi che oggi distrugge anche le bandiere più care.
Un suo vecchio compagno in maglia viola, Renato Buso, ne ha fotografato la personalità forse meglio di chiunque altro in poche parole “Non accettava tanti aspetti del calcio. I soldi, i contratti, i procuratori. Era un libertino nell’animo, a lui le catene contrattuali non piacevano. Ecco perché la sua esperienza in Federcalcio come presidente del settore tecnico è durata solo 3 anni, perché Baggio non ama le poltrone. A lui piace fare quello che gli pare in tutto e per tutto, sia dentro che fuori dal campo. Badate bene che queste caratteristiche appartengono alle persone intelligenti.”

La sofferenza fisica

Nel 2013 il festival di San Remo gli tributò un momento d’onore, che Roberto seppe rendere molto particolare. I riflettori dell’Ariston non illuminarono le sue parole sul calcio ma quelle rivolte ai giovani: Roberto parlò di passione, di gioia, di coraggio e di successo. E infine parlò di sacrificio, di sofferenza: “non è una brutta parola – disse – Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato”.
Non poteva essere più sincero, lui che aveva mangiato pane e sofferenza fin dal 1985, quando aveva 18 anni, quando molti parlavano di lui come un predestinato, quando lasciò il terreno di Rimini con legamenti, capsula e menisco distrutti. Con un infortunio del genere, oggi un giocatore riprende ad allenarsi dopo qualche mese, dopo un semestre è pronto per i primi calci. A quell’epoca più di un primario avanzò dubbi sula possibilità che un ginocchio conciato in quel modo potesse tornare su un campo da calcio.

La disperazione prima di Firenze

Le parole di Baggio al Corriere dello Sport di qualche anno fa fanno ancora rabbrividire: “ mi bucarono la tibia per fissare il tendine, che si era lacerato, sulla parte esterna. Io non potevo prendere gli antinfiammatori perché ero allergico. Mi applicarono 220 punti di sutura all’interno. Soffrivo come un cane. A mia madre dissi “Se mi vuoi bene, ammazzami”. Era la disperazione di un ragazzo che soffriva e vedeva allontanarsi il sogno della sua vita, dopo averlo toccato. In due settimane persi dodici chili. Non mangiavo e piangevo sempre, di ogni tipo di dolore”.
La Fiorentina non aveva ancora pagato al Lanerossi Vicenza i 3 milioni pattuiti, poteva tirarsi indietro ma non lo fece. Firenze seppe aspettarlo come una famiglia trepidante aspetta un figlio e lui seppe ricompensare quella città e quella gente con le sue prime giocate destinate a restare negli annali del pallone. Baggio e la Viola, un rapporto che, ancora una volta, esula dal calcio, per sconfinare in qualcosa d’altro, di ben diverso, qualcosa capace di mettere a ferro e fuoco la città, incendiata dalla rabbia e dai disordini dei tifosi repressi dalla polizia quando si iniziò a parlare del suo trasferimento alla Juventus.

La sofferenza dell’animo

Baggio ricorda così quei momenti: “Non avevo nulla contro i bianconeri. E’ che volevo restare a Firenze. E poi la società fece un gioco non bello. Mi vendette senza dirlo. Io dicevo ai tifosi che non sarei andato via e un bel giorno scoprii che, tenendomi all’oscuro di tutto, mi avevano ceduto. Si faceva così, allora. Poi si dava la colpa ai giocatori che volevano andar via per soldi. Balle, almeno nel mio caso. Io volevo restare per gratitudine per la gente di Firenze.”

Quel rigore negato

Il calcio lo riportò a Firenze pochi mesi dopo, da avversario ma non da nemico. Quando seminò il panico nella difesa viola costringendo l’arbitro a fischiare la massima punizione a suo favore, Roberto guardò quel pallone e insieme guardò la gente toscana sugli spalti, tutti, uno per uno, quelli che fino a poche settimane prima cantavano il suo nome e le sue gesta, e poi disse no.
Forse non vide neanche De Agostini sbagliare quel penalty. Guardò invece la sciarpa viola che dalla tribuna piovve ai suoi piedi mentre andava verso gli spogliatoi, sostituito per eccesso di emozioni. Quando la raccolse, quasi a voler recuperare quel pezzo di sé stesso lasciato lì poco tempo prima, proseguì lento il suo cammino con quel simbolo in mano. In quel momento tutto scomparve intorno a lui, giocatori, pallone, risultato e il mondo parve fermarsi ad ammirare con rispetto profondo quel piccolo uomo, intento a masticare i suoi pensieri, i suoi amori, la sua solitudine, le sue debolezze.

La sofferenza sportiva

La sofferenza fisica e l’emozione creata dal Fato del calcio non bastano a ritrarre l’epopea del ragazzo di Caldogno. C’è un terzo momento, in cui proprio fato e sofferenza si uniscono per assegnargli il posto che merita nella storia del calcio. Per arrivare a tanto basta non il dolore del singolo, per quanto grande, serve quello di una nazione intera.
I suoi 5 gol in tre partite al mondiale americano del ‘94 avevano fatto sperare un popolo, una squadra ed il suo leader naturale. Ma la storia di Roberto non prevedeva un eroe vincitore, come nella classicità della letteratura. Come l’Achille di Omero era un semidio con il punto debole nel tallone, che alla vigilia della finale con il Brasile lo faceva tribolare. Nonostante tutto, giocò la sua partita contro i brasiliani come tutti gli altri azzurri, stanchi e senza illuminazione. Quando arrivò l’ultimo atto, quello in cui anche la sorte gioca la sua parte, Roby spedì nel cielo di Pasadena il rigore che poteva dare l’illusione di continuare ad inseguire un mondiale sfiorato quasi solo grazie alle sue meraviglie. Il cerchio della sofferenza di Baggio si chiude lì, in quel momento.
Quello che c’è in mezzo a questi tre momenti, pur se importante come il pallone d’oro ed i trofei vinti, quel che viene dopo, con le splendide avventure di Milano, Bologna e Brescia, sono un mero contorno, che non può spiegare niente di più del personaggio.

Baggio nerazzurro

All’Inter Baggio arriva nell’estate del 1998, dopo una seconda parte stagione da urlo sotto le torri di Bologna. Due soli anni, con lampi indimenticabili in campo e diversi bocconi amari ingoiati prima di andarsene, amareggiato da un rapporto ad altissimo tasso di conflittualità con Marcello Lippi. Chi ha potuto dire “ho visto Baggio con la maglia dell’Inter” non avrà dimenticato due doppiette, quella rifilata al Real Madrid negli ottavi di Champions del 1998. Gigi Simoni lo mandò in campo a 20 minuti dalla fine per tentare di sboccare l’1 a 1 che avrebbe permesso ai Blancos di arrivare in testa nel girone eliminatorio. A Baggio di minuti ne bastarono 4 per rovesciare quella gara con un uno due nobilitato dal secondo gol, uno dei suoi, con il portiere messo a sedere con una finta, il pallone in porta e lui con la mano all’orecchio per sentire meglio l’esultanza della gente interista. La seconda doppietta alla fine della stagione successiva, salvò la faccia e le chiappe di Lippi. Nello spareggio di Verona con il Parma Baggio fece l’ultimo regalo all’Inter, l’ultimo posto utile per la Champions, con una punizione da posizione impossibile ad uccellare un giovane Buffon ed una saetta dal limite sull’assist di Bum Bum Zamorano. Mai un regalo così prezioso si rivelò inutile, vanificato dall’eliminazione patita per mano dei carneadi dell’Helsingborg poche settimane dopo. 15 giorni dopo la sconfitta di Reggio Calabria costò al tecnico ex bianconero la panchina.

Lo scontro con Lippi

Del rapporto di Baggio con gli allenatori parleremo poco oltre, qui vale la pena soffermarsi solo un momento proprio sul suo rapporto con Lippi.
Il tecnico toscano arriva alla Juventus subito dopo i mondiali del ’94. In gruppo c’è un nuovo predestinato che somiglia a Baggio come una goccia d’acqua. Il “vecchio campione” ritrova in quel periodo confidenza con i suoi amici acciacchi, che lo tengono fuori squadra da novembre ad aprile. Quando rientra la scelta tra lui ed il giovane Del Piero è già fatta.
I due si ritrovano per l’appunto in nerazzurro, le cose vanno come peggio non potrebbero. Un solo episodio, tanto per inquadrare il clima, ripreso dal sito “Ultimoumo.com” : Allenamento, Vieri e Panucci applaudono un lancio favoloso di Roberto. Il loro entusiasmo manda in bestia Lippi, che avrebbe ripreso i due più o meno così “ Vieri, Panucci, ma che cazzo fate? – avrebbe gridato il tecnico viareggino – Credete di essere a teatro? Non siamo qui per farci i complimenti a vicenda, tantomeno al signor Baggio, siamo qui per lavorare!… Anni dopo Baggio rivolgerà a Lippi anche l’accusa ben più grave di avergli chiesto di fare la spia sui suoi compagni di squadra, e Lippi risponderà sfoderando l’artiglieria pesante: «Lo escludo. Non avrei mai chiesto una cosa del genere a una persona di cui non ho stima e che non reputo importante dal punto di vista umano”.

La dimensione morale

Un flash back familiare può invece aiutare a capire la dimensione etica e morale dell’uomo Baggio, la vera cornice che racchiude il suo modo di affrontare i momenti di dolore fisico e dell’animo e quelli di gioia sportiva. Roberto è il sesto degli otto figli di Florindo e Matilde. Mentre sui campetti della periferia vicentina il suo nome circolava già con i crismi del “fenomeno”, lui, non ancora maggiorenne, divideva la sua giornata tra gli allenamenti ed il lavoro nell’officina del padre. Un genitore rigido, come quelli di una volta, quelli per i quali l’educazione, il rispetto e l’onestà venivano ben prima del saldo del conto corrente. Baggio ha costruito la sua strada su questi fondamenti di moralità, di severità prima di tutto verso sé stesso, di repulsione per la menzogna e l’opportunismo. La sua scelta di abbracciare la religione, qualsiasi essa sia, con la sua intensità (discreta e mai esibita) è frutto anche di questo substrato di convinzioni ferree.
Nel mondo delle celebrità, abituate a vivere per contratto sotto i riflettori del falso e del vacuo, trovare un personaggio che parla di sacrificio, di religione, di valori etici e morali è come fare una quintina al lotto. Si capisce dunque perché nel 2015 l’associazione dei Premi Nobel per la pace conferì proprio a Baggio ad Hiroshima il World Peace Award e perché Aung San Suu Kyi, la leader birmana a cui il regime dittatoriale aveva tolto la libertà da anni, scelse proprio Baggio per ritirare un prestigio premio a Roma nel 2007 mentre lei era ancora imprigionata.

Gli allenatori

L’unico pezzo di mondo con cui ha avuto rapporti un po’ meno pacifici è quello catalogato alla voce “allenatori”. Le sue sfuriate con Ulivieri a Bologna ed il clima di tensione vissuto a Milano con Lippi sono rimasti nella memoria di molti. Ma anche qui occorre contestualizzare, capire fino in fondo. Ricorriamo dunque alle parole del diretto interessato in una intervista al Corriere dello Sport nel 2015. A proposito dei mister incontrati nella sua carriera, Roby conferma: “Non lo nego che loro avessero difficoltà. La verità è che ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con i tifosi. Questo dava fastidio. Erano altri tempi. Allora bastava far uscire una notizia per rovinare l’immagine di un calciatore. Ora è tutto più trasparente. Ti puoi difendere. Io ero uno che non amava apparire e parlare. Non era arroganza, ma umiltà. Non cercavo di essere al centro dell’attenzione. Anche perché gli altri mi ci mettevano comunque…”».

Il mentore Mazzone

Umiltà, anche nei confronti dei tifosi. La conferma, meravigliosa, di questo l’ha data Carlo Mazzone qualche tempo fa raccontando quel che succedeva ai tempi di Brescia.
“Una volta, persi la pazienza e gli feci una mezza scenata: “Ahò Robè, io però non posso accettare sempre la stessa storia, siamo stanchi del viaggio, dobbiamo magnà e ce dobbiamo allenà, e invece di andare in stanza ad allenarti tu passi un’ora a fà fotografie e firmà autografi. Stai sempre a dà retta a tutti, a chi te dice, famoce ‘n antra foto o la firma sul cappello, Robè nun se po’ più annà avanti così, e daje su…
Baggio mi guardò un po’ perplesso e mi disse: “Mister, però a me fa piacere, per me è una soddisfazione immensa. Mi deve capire…”
A quel punto dissi: “Ma io nun te sto a dì de non farlo, ma pijamose una regolata, qua bisogna organizzarci, senti a me, finché nun te tocchi la testa, io te lascio fà, ahò Robè, i patti sò patti sò patti, tu li devi rispettà, ti devi toccà ‘sta testa prima o poi…”

“Nun te preoccupà, Robè…”

Lui era sempre disponibile. Sempre. “Mister, come posso deludere gente che ha fatto centinaia di chilometri per incontrarmi?…” Vabbè ho capito, Robè ce penso io, nun te preoccupà Robè, ce penso io.” Allora andai in scena “Ahò, lo volete mandà a dormì? Dai mandiamolo a riposà, voi di che squadra siete?” La risposta della gente era sempre la stessa: “Siamo per Baggio, siamo tutti per Baggio”. E allora io dentro di me dissi “Ma li mortac…vostri” In realtà mi girai verso la folla e dissi: “Ahò se Baggio gioca bene e ce fa vince, dopo la partita ve lo lascio, e ve fa tutti gli autografi che volete…”
Questo è stato il mio grande problema con Baggio. Passavo più tempo a parlà di questa cosa con lui che parlare del campo. Lì, ci pensava lui, non dovevo insegnargli niente.”

Senza tempo

Nel corso di una intervista di qualche anno fa, Baggio ha detto che il calcio è bello “perchè non c’è tempo per godersi i successi e soffrire per le sconfitte.”
Appunto, neanche il tempo, né adesso nè in futuro, riuscirà a far dimenticare uno come lui.

Ascolta "Football Talk (The Podcast)" su Spreaker.

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