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UEFA, Serie A, salary cap la medicina che nessuno vuole

Sono giornate di grande sofferenza per il calcio italiano, stretto nella morsa del virus che blocca l’attività sportiva ed erode pesantemente i margini dei bilanci già traballanti di quasi tutti i club della serie A. Qualche giorno fa, prospettando le soluzioni per una ripresa del campionato quando le condizioni sanitarie lo permetteranno (https://www.calciodipendenza.net/2020/04/11/serie-a-da-chiudere-subito-salary-cup-e-scudetto-ai-veri-vincitori/), abbiamo parlato dell’introduzione del salary cap di stampo NBA. L’ argomento è stato ripreso dal Presidente del Cagliari Giulini che ne ha parlato ieri.

Salary cap,cosa significa?

Cosa si intende per salary cap, come funziona?
In termini semplicistici, il salary cap può essere considerato come uno strumento di regolazione delle risorse che dovrebbe permettere a tutte le squadre di competere per la vittoria finale. In effetti è un meccanismo contabile che mira a regolare gli stipendi che una società sportiva può elargire ai propri atleti. Lo scopo è creare un tetto che mira a ridurre la forbice tra club più ricchi e quelli con minori possibilità. I club possono anche decidere di sforare questo tetto, ma sul maggior importo corrisposto ai propri giocatori sarà tenuto a pagare una tassa, la “luxury tax”. L’NBA è l’organizzazione che ha creato, raffinato ed adottato questo strumento, facendone uno dei fondamenti per la sua formidabile penetrazione tra il pubblico.

Il Salary floor

Prima di ogni stagione cestistica, i vertici della Association individuano la soglia del salary cap. Il dato si basa sui ricavi della Lega nella stagione precedente e quelli stimati per quella che si sta aprendo.
Una volta individuata la soglia, si calcola il cd. “salary floor” ovvero l’importo minimo che ogni franchigia deve destinare agli ingaggi dei giocatori (negli ultimi anni pari al 90% del Salary cap). Chi decidesse di sfondare il tetto salariale è tenuto a farlo solo entro un certo limite (Luxury tax line). Ed in più è costretto a versare alla Lega una “sanzione” regolata da fasce e dalla ripetitività dello sfondamento nelle ultime stagioni (tre su quattro).

Luxury Tax, sanzioni reali

Gli importi incassati con la tassa sullo sforamento vengono destinati metà alla gestione della Lega e l’altra metà distribuita alle squadre che sono state più virtuose. Come il nome lascia intendere, si tratta di una tassa destinata a colpire le società più ricche e anche in maniera progressiva e per niente simbolica. Sforare di un importo fino a 5 milioni di dollari significa pagare 1,5 dollari ogni dollaro “sforato”.Se il salary cap viene superato di oltre 20 milioni, la luxury tax pretende 3,5 dollari per ogni dollaro in più.

Salary cap, quali differenze con il FFP?

Il calcio europeo ha partorito nell’ultimo decennio il FFP, tentando di inseguire almeno in parte le stesse finalità del modello americano. Con il risultato sotto gli occhi di tutti di raggiungere l’effetto esattamente opposto, favorendo in maniera evidente i club più ricchi a scapito degli altri.
Perché si è arrivati a questo? La discussione richiederebbe volumi di pareri e considerazioni. In linea generale è facile individuare nel predominio delle leghe calcistiche nazionali uno dei fattori determinanti.

Il ruolo di Uefa e Leghe

Mentre l’NBA ha una gestione piramidale al cui vertice si trova un soggetto dotato di potere decisionale su tutto ciò che sta sotto, l’UEFA è costretta solo a coordinare i diversi interessi dei club e delle leghe dei vari paesi, tutte estremamente attente a non cedere alcuno spazio di sovranità ed a difendere con il coltello tra i denti le proprie prerogative ed i propri interessi. Gran parte della responsabilità di ciò è ovviamente da attribuire ai top club, assolutamente refrattari all’introduzione di norme finalizzate ad accrescere la competitività interna, con tutte le conseguenze in termini di appetibilità e di attrazione di nuovi capitali che ne scaturiscono.

Come leggere il monte ingaggi

Proviamo ad entrare nel concreto.
E’ il sito Sportintelligence.com a studiare i monti ingaggi delle società più importanti dello sport mondiale. Nel 2017/2018, la situazione vedeva 7 franchigie della NBA e 3 del calcio europeo nei primi 10 gradini tra quelle che pagavano gli stipendi medi più alti a ciascun giocatore.
1. Oklahoma City Thunder (NBA) = $ 9.295.504,00
2. Cleveland Cavaliers (NBA) = $ 8.995.628,00
3. Golden State Warriors (NBA) = $ 8.940.786,00
4. FC Barcellona (Liga) = $ 8.576.750,00
5. Paris Saint-Germain (Ligue 1) = $ 8.414.061,00
6. Charlotte Hornets (NBA) = $ 8.379.766,00
7. Portland Trail Blazers (NBA) = $ 8.364.772,00
8. Los Angeles Clippers (NBA) = $ 8.331.098,00
9. Real Madrid (Liga) = $ 8.092.283,00
10. New Orleans Pelicans (NBA) = $ 7.883.028,00

La prima società italiana era la Juventus che occupava il 32esimo posto, distribuendo mediamente ai propri giocatori $ 6.309.507. Il Milan era 65mo con una media di $ 4.076.640,00 l’Inter al 79mo con $ 3.429.080,00.

Il rapporto “first to last”

Lo studio indica che l’NBA nel suo complesso, ha un monte ingaggi totale per le 30 franchigie partecipanti alla regular season di $ 3.159.069.802,00 e un salario medio di $ 7.147.217,00. Il rapporto First to last indica la differenza tra il club più “generoso” nei confronti dei suoi atleti e quello che invece spende meno per ingaggi. Nel basket a stelle e strisce nel 2018 gli Oklahoma City Thunder spendono in stipendi 2,20 volte tanto rispetto ai Chicago Bulls.
La NFL, il campionato con gli emolumenti più alti in assoluto, distribuisce $ 4.580.501.744,00, con uno uno stipendio medio di $ 2.700.768 e un rapporto first to last di 1,40 ancor più basso rispetto a quello della NBA.

Il “first to last” nel calcio

Torniamo al calcio. La Premier League ha un monte ingaggi totale di $ 1.793.206.106,00 e una media di $ 3.435.261,00. In quell’anno il Manchester City spese 5,10 volte in più rispetto all’Huddersfield.
Liga spagnola di calcio e la Serie A italiana occupavano la settima e ottava posizione , con un totale ingaggi distribuiti rispettivamente di $ 1.068.016.642,00 e $ 918.503.733, ai quali corrispondevano salari medi di $ 2.184.083,00 e $ 1.723.272, ma soprattutto un rapporto first to last enormi rispetto al basket americano ed alla Premier. In Spagna, il Barcellona aveva un monte ingaggi superiore di 13,40 volte rispetto a quello del Levante, in Italia, la Juventus 16,60 in confronto della cenerentola Crotone.

Come leggere il first to last

Come interpretare questi dati? Le dimensioni del monte salari erogato da uno sport o da un club rappresenta la qualità della “manodopera” retribuita. Dunque poiché la Premier è quella con gli ingaggi medi più alti si dovrebbe concludere che oltremanica si trovano i campioni più importanti per qualità tecniche e rendimento.Vero fino ad un certo punto, sia perché il semplice dato medio degli ingaggi non è sufficiente a rappresentare compiutamente l’attrattività di un torneo, sia perché non possono essere trascurati altri fattori legati alle enormi potenzialità economiche di singoli club (es. il PSG in Francia) nonché a scelte individuali degli atleti.

Conclusione

Il rapporto First to last indica più che altro la distribuzione della qualità degli atleti all’interno di un campionato. Più il rapporto è alto più i giocatori di qualità si concentrano nelle poche squadre al top, riducendo ovviamente la competizione per aspirare alla vittoria finale, ai posti per le coppe e abbassando ovviamente l’appeal ad un pubblico più ampio.
Grazie ai dati esposti si può arrivare ad una conclusione generale, ben fotografata da Calcio e finanza.it nel gennaio del 2018. “Imporre delle restrizioni salariali aiuta ad omogenizzare la manodopera presente in un determinato campionato, che si riflette in un prodotto sportivo dall’elevato tasso di aleatorietà il quale rende il campionato estremamente appetibile per i consumatori del prodotto stesso, facendo aumentare il giro d’affari della lega medesima e permettendo alle squadre di creare profitti e elargire stipendi elevati.”

Salary cap uguale democratizzazione del calcio

In un momento di crisi generale del calcio come quello causato dal virus, il salary cap potrebbe rappresentare una risposta forte e coraggiosa, per creare condizioni di maggiore sostenibilità finanziaria per tutti i club e di maggiore competitività per i tornei continentali, dunque in definitiva più attrattiva per gli stakeholders, tifosi, sponsor , televisioni, media, innescando un circuito virtuoso non occasionale. L’introduzione di una “democratizzazione” nella gestione delle risorse troverebbe altresì una risposta più che positiva nel grande mondo degli appassionati, sempre più infastiditi dallo star sistem imperante, immagine di un calcio sempre più attento a celebrare solo le imprese dei potenti.
E’ dunque abbastanza intuitivo perché il Presidente di un club “minore” come il Cagliari abbia ripreso la proposta.
Ed è altrettanto facile capire perché Real e Barcellona, PSG e Manchester City, Bayern e Juventus, Atletico e United e gli altri top club europei siano contrari all’applicazione del salary cap. Le loro posizioni di predominio assoluto nei rispettivi tornei potrebbero non subire colpi decisivi ma essere messe almeno in discussione. Non per niente la risposta ai problemi di bilancio della “creme” europea, Eca e Juventus in testa, è quella di spingere per organizzare un torneo continentale ancor più elitario, con risorse enormi sul tavolo da concentrare su poche squadre.

L’ostacolo più grande

Ma c’è un’altro ostacolo, forse ancora più alto, che frena l’applicazione della regolamentazione degli stipendi al calcio italiano ed europeo. Il regime del salary cap deve necessariamente trovare una gestione a livello continentale. tutte le leghe dovrebbero essere soggette allo stesso regime e con l’Uefa nei panni del vertice NBA, per evitare fenomeni di dumping economico che porterebbe i giocatori migliori a concentrarsi nei tornei con tanti soldi e nessun tetto agli ingaggi. In sintesi il salary cap può trovare applicazione solo se tutto il calcio europeo decidesse di applicarlo e di demandare all’UEFA la gestione generale dell’istituto. Più facile a dirsi che a farsi.

Ascolta "Football Talk (The Podcast)" su Spreaker.

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