Serie A

Immobile, da Torre Annunziata a re d’Europa: un viaggio lungo 36 gol

C’era una volta Immobile. Se si vuole scrivere su questo giocatore Bisogna inizare così, perché è così che inizia ogni favola che si rispetti. Quelle storie che fanno sognare, al punto dal voler restare con gli occhi chiusi a costo da doverli stringere forte, così da non dover fare i conti con la fredda e cinica realtà. E invece in questo caso è tutto vero. E anzi, Con Ciro (perché lui è Ciro, non Immobile, ma ci arriviamo dopo),accade l’opposto. Gli occhi si spalancano. Al punto da non riuscire a tenerli chiusi. Basti guardare il gol con la Spal (tanto per citarne uno). Gol che ti tengono sveglio, un pò per l’emozione, un pò perché tante volte davvero è difficile credere a quello che ci ha fatto vedere.

E allora c’era una volta. C’era una volta Ciro. Perché come si fa a dire che questa non è una favola? Però per i più scettici analizziamo bene la storia e vediamo se ci sono tutti gli elementi per definirla in questo modo. Innanzitutto in una fiaba non deve mai mancare una persona qualunque, venuta dal nulla, qualcuno che insomma contro tutto e tutti alla fine riesce a prendersi il regno di Camelot estraendo la spada nella roccia solo con la forza del suo cuore. E qui abbiamo quel Ciro che al Genoa non si era mai visto, che ha fatto appena una stagione buona con il Torino, salvo poi tornare nel nulla sia a Dortmund che in Spagna, perché non è un grande giocatore, in nazionale sparisce, e infatti la Lazio lo ha prreso appena per 8 milioni. Se era forte sai quanto valeva. Quindi quel signor nessuno, il “cenerentolo” qualsiasi che da solo, e con armi semplici, come l’ umiltà e il sorriso, riesce a segnare 103 gol in 142 partite, c’è . Ma per arrivare al lieto fine bisogna compiere almeno una grande impresa, come ad esmpio sconfiggere un drago. E qui siamo tranquilli, perché di draghi ce ne erano addirittura due, ed erano chiamati Messi e Ronaldo (draghi autentici, altro che favola!), che dominavano incontrastati da 10 lunghi anni nel regno dei migliori marcatori europei. Finché non è arrivato un Ciro qualunque che è riuscito a sconfiggerli (anzi, solo Ciro ci è riuscito) prendendosi così trono, corona…e scarpa d’oro. Ma non da solo, come spesso succede nelle storie. Questo no. Perché Ciro da solo non lo è mai stato, visto che ha sempre avuto affiaco a se il suo popolo, la sua gente, pronta a difendere il sovrano che hanno scelto contro tutto e tutti. Un ranocchio diventato prima principe e poi re in una città dove un re, l’ottavo di Roma, già c’era, con la sua presenza ingombrante e saldamente radicata, e forse anche troppo spesso ribadita. Eppure Ciro prima dell’Europa si è preso quella che ormai è la sua città. E metà di quella città ha sofferto eccome a causa di re Ciro. Quelli del “non succede ma se succede” stavolta lo stavano per veder accadere davvero( anche se stava succedendo , visto dalla loro prospettiva, dal lato sbagliato). Ma li ci ha pensato forse il Covid, ma quella è un’altra storia. Ma se comunque il Covid ha fermato la Lazio non ha certamente fermato Ciro.

Ci sono attaccanti che rendono grande una sqaudra, e sqaudre che invece esaltano i loro giocatori. Per Ciro e la Lazio nessuna delle due. E’ l’uno che rende grande l’altra e viceversa. L’una è la casa perfetta per l’altro, che però quella casa l’ha resa più grande, più bella, quasi un castello (tanto per restare in tema), e l’ha portata a brillare tra gli altri castelli d’Europa. Sembra uno di quei legami che non si possono raccontare. Uno di quegli amori unici. E certe cose non sono fatte per essere spiegate, ma solo ammirate, come accade per l’arte e la poesia. Non si studia, non si analizza, ci si riempie solo gli occhi di bellezza. E a vederli sembra quasi che non possano stare l’uno lontano dall’altro. E a vederli sembra quasi che quando sono insieme tutto può succedere. Anche quel sogno, anche quello lì. Che magari tra un anno…magari con altri 36 gol…

C’è il principe che diventa re, ci sono i draghi sconfitti e c’è addirittura il castello. Ma sembra che qualcosa manchi affinché il racconto abbia tutta la sua poesia. Manca forse che tutti riconoscano il valore di questa storia. Ma dove sembra che tutto non abbia il dovuto riconoscimento ecco la favola trova il suo migliore compimento. Perché quando tutto questo sembra nascondersi e perdersi in una nebbia in cui si sente solo di potenziali palloni d’oro, di titoli da mvp che hanno il sapore di lussi che sanno di decadenza, di Ciro non parla nessuno. Perché  magari Adani impazzì letteralmente al 36esimo gol di Higuain, mentre sabato scorso tutti hanno mantenuto la sanità mentale. Perchè qualche (tanti) anni fa, l’ultima scarpa d’oro italiana ebbe un’altra risonanza. E di Ciro non parla di nessuno. Ma non è vero, ed è qui diventa tutto più bello. Perché di Ciro parla il suo popolo. Una città che lo ha accolto e gli ha dato tutto al punto da fargli quasi scrodare da dove veniva e per chi tifava. E in quella città funziona così, una parte tifa una sqaudra l’altra parte ne tifa un’altra, la cui storia non tutti possono capire. La capisci solo se l’hai vissuta, se la senti sulla pelle tutti i giorni. E allora pazienza se anche Ciro non lo capiscono tutti, perché è un re per pochi, un re di nicchia, un re per chi ama sognare, per chi sogna la vittoria un’impresa strappata all’ultimo secondo dell’utlima partita e contro ogni pronostico anzichè una prova di forza schiacciante e senza rivali. Per questo Ciro non poteva capitare in un posto migliore. Per questo i suoi tifosi sanno chi è. Perché non è un giocatore come gli altri. Perché non è un calciatore di una squadra. E’ qualcosa di più, qualcosa di unico. E per questo non è Immobile. Perché per la sua gente lui è Ciro.

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